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mercoledì 14 novembre 2001

Presentazione "Il terrorista"

IL TERRORISTA (Italia 1963)

R.: Gianfranco De Bosio;

s.,sc.: G. De Bosio, Luigi Squarzina;

f.: Alfio Contini, Lamberto Caimi;

mus.:Pietro Piccioni;

scg.: Misha Scandella;

m.: Carlo Colombo;

int.: Gian Maria Volontè, Philippe Leroy, Giulio Bosetti, Raffaella Carrà, Josè Quaglio, Cesare Miceli Picardi;

p.: Dicembre Cinematografica/Galatea/Societé Cinematographique Lyre.

Quest'opera anomala e solitaria nella fragile esperienza cinematografica nazionale ritrova oggi una grande importanza proprio nell'essere un'eccezione su ogni fronte. Un fatto unico per gli autori De Bosio e Squarzina, entrambi uomini di teatro, che hanno scelto l'aspetto forse meno trattato della Resistenza in un periodo in cui l'interesse del cinema per questi avvenimenti era sgonfiato da tempo. Dopo i film più (De Sica) o meno (Rossellini) neorealisti che riflettevano sulla guerra e le sue conseguenze, l'immagine della Resistenza aveva connotazioni di spontaneità popolare dove l'azione antifascista faceva a meno di interrogarsi, di creare ruoli, gerarchie, eroi, ed il Partigiano divenne un uomo qualunque, senza classe sociale, nome, titolo di studi o professione, semplicemente Partigiano. In questo film, a partire dall'assoluto del titolo, è proprio questa spontaneità accanita a creare l'eccezione: l'ingegnere Renato Braschi. Ma non è soltanto il protagonista la scelta diversa compiuta dagli autori; Venezia glaciale e anonima, senza le gondole e piazza San Marco è anch'esso luogo e territorio esclusivo che nulla ha da spartire con la quieta meta di turismo nota oggi come negli anni'60. Il volto impassibile, lo sguardo duro, le poche parole; Gian Maria Volontè accentua anche nella recitazione la propria diversità (di scelta di lotta e d'attore), l'irrimediabile condizione di solitudine dell'autentica guerra spontanea che nel film appare molto lontana dai piccoli o grandi interessi all'interno del CLN con cui l'ingegnere non verrà mai in contatto. Se da un lato la messa in scena di De Bosio accusa la difficoltà di reggere un discorso con il linguaggio cinematografico del proprio tempo ha l'indiscussa qualità di sottrarsi con umiltà dal dibattito girando un film corretto, che mai abusa dei facili mezzi retorici e colonialisti dello spettacolo. L'ultima sequenza è forse la più diretta chiave di lettura della regia: poche inquadrature silenziose incorniciano il tragico epilogo, immagini semplici, severe come Renato Braschi che cade in un attimo, poco prima che la macchina da presa torni su quella Venezia che proprio non riesce a riprendere e su quel mare che non può che rievocare l'ultima immagine di Paisà. Ciò che forza a riflettere è il fatto che proprio il terrorista è l'unico che si interroga lucidamente sul futuro mostrando il timore della società che verrà dopo la certa vittoria contro i fascisti: "...pace e benessere fanno comodo a tutti..." dice alla moglie temendo che pane e minestra possano portare in altro modo il popolo ad accettare serenamente il peggior stato di cose, questa considerazione era chiaramente un riferimento al periodo in cui il film fu girato (1963) ed una critica all'assenza di militanza in cambio dei beni (cioè mali) del galoppante regime capitalista. Malgrado la partecipazione al festival di Venezia ed alle diverse critiche positive ottenute alla sua uscita questo film fu nell'immediato poco visto e subito dimenticato.

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