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mercoledì 8 ottobre 2003

Presentazione "F for fake"

f for fake, Iran/Francia/RFT 1975, col, 85’

R., s, sc.: Orson Welles

f.: Christian Odasso, Gary Graver

m.: Marie-Sophie Dubus, Dominique Engerer

int.: Orson Welles, Oja Kodar, Francois Reichenbach, Joseph Cotten, Clifford Irving, Elmyr de Hory

p.: Saci/Les Film de l’Astrophore/Janus Film

L’inaugurazione del nuovo anno del cineforum si ripresenta con un film senza epigoni. Un’opera che da sola riesce a mostrare e inventare una storia dell’arte, capace di non tralasciare esibizioni e riflessioni sul mezzo veicolando elementari e imbarazzanti verità in grado di sgretolare le sovrastrutture stesse della cultura fino all’inevitabile scomparsa del creatore. «Sono un ciarlatano» ci dice Welles prima di confondere le carte fino a farle scomparire, mostrando un’ora di autenticità fatta di truffe, raggiri, bugie. Così uno dei più grandi affabulatori del secolo trascorso mantiene la sua prima promessa di veridicità dopo averci convinto dell’impossibilità dell’assunto stesso. Per raggiungere il fine ancora una volta arriva a utilizzare, in maniera completamente difforme dalle pellicole precedenti, la forma a lui più congeniale: il racconto. Prendendo spunto da un progetto iniziato dal documentarista Francois Reichenbach, presente nel film sia con le immagini da lui girate prima dell’avvicinamento di Welles che fisicamente, ci viene illustrata attraverso schegge impazzite comandate a bacchetta la vita ad Ibiza del falsario ungherese Elmyr de Hory. Specializzato nelle riproduzioni dei post-impressionisti, questo personaggio realmente esistito e presente nel film trascende la stessa creazione wellesiana, dimostrando come la realtà possa ridicolizzare l’arte e i suoi compatrioti. Con lui il falso biografo di Howard Huges, Clifford Irving, e la dolorosa disillusione di Welles che ripercorre tratti della sua osteggiata attività. Non è più il solito vecchio trucco del coniglio nella giarrettiera, la realtà nell’arte semplicemente non esiste e ciò di cui va preso atto è semplicemente la qualità del falso. È proprio questo tautologico gioco del ‘falso falsario’ che cristallizza l’ineccepibile verità contenuta nell’opera. Solo un’artista (tale anche perché riesce a convincerci dell’inesistenza di un creatore di opere in senso assoluto) come Orson Welles poteva arrivare al punto di non ritorno sull’argomento rivolgendo i mezzi espressivi contro se stessi. Da un lato convinte argomentazioni contro la banalità della tecnica («Nel cinema come in qualsiasi mestiere la tecnica si impara in quattro giorni»), dall’altro la capacità di confezionare opere di una complessità assoluta e abbagliante. Senza la profondità di campo o i piani sequenza che ci raccontano i manuali, F for fake imbarazza per un montaggio pirotecnico senza pari, frutto proprio dell’esaurimento della tecnica stessa. Ciò che spesso sfugge del film resta comunque il tempo della promessa iniziale di Welles. Un’ora di verità, e dopo? Scaduto l’intervallo il castello crolla nuovamente, «la foresta di pietra» di Chartres riempie l’immagine mentre la voce dell’attore, ancor prima che regista, ci pone di fronte al fatto compiuto, l’opera senza firma dell’immensa cattedrale circondata della nebbia (vera nebbia o mascherino?). Siamo tornati al cinema delle bugie che vogliamo sentirci raccontare per crederle vere e alle verità che più o meno volontariamente si ignorano, perdendosi nello spettacolo. Mentre le parole di fronte a Chartres rintoccano: «Forse il nome di un uomo non è così importante», l’ora è passata da un pezzo, il gioco è finito, tocca a noi e a nessun altro decidere se crederci oppure no, la certezza che abbiamo è la grandezza e l’autenticità dell’uomo e dell’attore, per i preziosi strumenti che ci consegna.


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